OMELIA DI SUA SANTITA’

IL APTRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I

DURANTE LA PREGHIERA ECUMENICA

NELLA CATTEDRALE DI PALERMO

(24 marzo 2001)

 

Eminentissimo Signor Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo di Palermo e Primate della Chiesa di Sicilia,

Eminentissimo Metropolita d’Italia e caro fratello in Cristo, Signor Gennadios,

Eminentissimi ed Eccellentissimi fratelli nel episcopato,

Reverendissimi Presbiteri, Diaconi, Religiosi e Religiose,

Autorità presenti,

Figli diletti nel Signore,

Veniamo dal vicino Oriente, dalla venerabile Cattedra del Patriarcato Ecumenico per ristabilire il rapporto di amore tra popoli e Chiese che, pur legate da plurisecolari vincoli fraterni, si sono trovate per un lungo periodo di tempo staccate tra di loro, e molte volte perfino in contrasto, a causa di difficili circostanze storiche a voi note.

Vi portiamo, dunque, un saluto di amore, di pace e di unità ed un messaggio di collaborazione e fratellanza. Non esitiamo a confessare di essere giunti dopo voi in questo movimento di avvicinamento, perchè il primo passo verso il ristabilimento di rapporti tra di noi è giunto dalla terra di Sicilia. Esattamente nel 1970 una delegazione composta da 300 membri, giudata dal Cardinale Francesco Carpino ha effettuato la ’’Crociera della Fraternità’’, che ha visitato il nostro Patriarcato Ecumenico, la Chiesa semi-autonoma di Creta e la Chiesa di Grecia.

Da allora una serie di eventi hanno ulteriormente promosso il consolidamento dei nostri legami storici rinsaldati da convegni, dallo scambio di visite e dalla fondazione di parrocchie e di monasteri da parte della nostra Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia.

Ma adesso, da questa maestosa Cattedrale, desideriamo innanzitutto rivolgere il nostro più caloroso saluto ed abbraccio fraterno al nostro Fratello maggiore, il Papa dell’Antica Roma, Sua Santità Giovanni Paolo II, al quale auguriamo di tutto cuore ‘’buon proseguimento’’ nel cammino quaresimale e ‘’Buona Pasqua’’. Esprimiamo, inoltre, la nostra gratitudine per l’attenzione che ha voluto riservare alla partecipazione della nostra Umile Persona al Quarto Convegno delle Chiese di Sicilia.

Avvertiamo grande commozione davanti a questo incontro amichevole e sentiamo l’atmosfera scossa da battiti di amore e di speranza, per quanto tutti vogliamo vedere compiuto; confessiamo, infatti, che tutti aspettiamo Colui che porterà a compimento il cammino fino alla sua realizzazione.

Sicuramente non esiste tra di noi neanche uno che vuole resistere alla volontà di Dio. Non esiste, inoltre, neanche uno che contesta l’ispirazione divina dei Santi Evangeli e la correttezza del loro testo trasmesso, al di fuori di note piccole variazioni dovute alla tradizione manoscritta secondo quanto evidenziano, con esattezza particolare, i filologi specialisti nelle edizioni critiche. Ma non è questo adesso l’argomento al quale ci rivolgiamo.

Tra i più noti passi evangelici è quello del capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, la nota Preghiera Pontificale del Signore. Desideriamo soffermarci in particolare sulla supplichevole richiesta, indirizzata dal Signore al Padre, per l’unità dei fedeli.

Ortodossi, Cattolici e seguaci di altri dogmi, ripettono in ogni tempo, opportunamente e inopportunamente, la frasi ‘’che tutti siano una sola cosa’’, molte volte parola per parola ed alcune volte in modo perifrastico. Questa istanza divina ha costituito anche il titolo della nota Enciclica ‘’ut unum sint’’ del Santissimo Fratello Papa di Roma.

Questa Preghiera Pontificale del Signore è una rivelazione dal profondo di Dio e soltanto chi si trova in questa profondità può effettuarla, confessando che Egli è sicuramente il Figlio e Verbo di Dio, che è nel seno del Padre (Gv 1,18), e lo Spirito di Dio, che tutto esamina, anche la profondità di Dio (1 Cor 2,10).

Questa rivelazione, che tutti conosciamo bene e tutti abbiamo studiato ripetetamente, ha una profondità senza fondo e ci rivela continuamente anche nuovi aspetti della verità. In continuo constatiamo, infatti, con stupore come la nostra conoscenza è ignoranza e che ciò che credevamo di avere capito molto bene, necessita di una nuova, più profonda compressione. Infine, giungiamo ad accettare che la conoscenza mentale è insufficiente per la conoscenza della persona e che ogni persona si conosce in un modo diverso che richiede un infinito cammino nel tempo. Come si realizza questo cammino? Come si percorre la via verso Cristo, quando Cristo ci rassicura che Egli è la via, mentre è contemporaneamente anche il fine desiderato?

Ecco, dunque, che dalla prima frase si alzano domande, che mettono alla prova la nostra auto-certezza. Il Signore identifica la vita eterna con la conoscenza del Padre, dell’unico vero Dio e dell’inviato da Lui Gesù Cristo (vers. 3). Sicuramente qui non si tratta di quella conoscenza, ‘’per quanto riguarda Dio’’ e ‘’per quanto riguarda Gesù Cristo’’, che è la conoscenza storica o comunque descrittiva. Si tratta invece della conoscenza ‘’vissuta’’, della conoscenza della partecipazione. Ma come partecipa l’una persona all’altra? In che modo si articolano le relazioni reciproche tra due persone? E precisamente secondo quale modo può una determinata persona umana diventare praticamente partecipe della persona sopranaturale di Dio? Molti che hanno tentato di dare una risposta logica a questa domanda sono stati dichiarati dalla Chiesa eretici. Il concepimento razionalistico di qualsiasi risposta crea un sentimento falso di conoscenza sulla ‘’conoscenza’’, ma non costituisce una conoscenza empirica.

Però, è la ‘’conoscenza’’ del Padre e di Gesù Cristo quella che costituisce la vita eterna. Di conseguenza se non possiamo dire che ‘’conosciamo’’ mentalmente il Padre e il Figlio ciò vuole dire che non possimao diventare partecipi della vita eterna unicamente tramite la conoscenza scientifica, cioè intellettuale. Di conseguenza si deve acquistare la loro ‘’conoscenza’’ in un altro modo. In quale?

Dai cenni esistenti circa il modo di ‘’conoscenza’’ di Dio come persona appaiono desumibili alcuni elementi, idonei ad indirizzare i nostri primi passi. Il primo cenno deriva dallo stesso Signore, che ha detto che ‘’nessuno viene al Padre se non tramite me’’ (Gv 14,6). Ed ha aggiunto subito dopo ‘’se conoscete me, conoscerete anche il mio Padre’’ (Gv 14,7), per rendere chiaro, come si mostra dalla conversazione tra Lui e il Suo discepolo Filippo, che la lunga frequentazione di quest’ultimo con il Signore non era sufficiente per conoscerLo. Chi ‘’conoscerà’’ Gesù Cristo, come intende questa ‘’conoscenza’’ il Signore, conosce anche il Padre, perchè ‘’io sono nel Padre e il Padre è in me’’ (Gv 14,10).

Ciò ci porta davanti alla dura prova della nostra logica, che vuole distinguere le persone, le quali veramente sono distinte. Essa non può o si trova in difficoltà di comprendere ed ancora di più di vivere la coesistenza tanto della distinzione delle persone quanto dell’esistenza dell’una dentro l’altra, secondo quanto dice il Signore.

Circa l’esistenza dell’una persona dentro l’altra parla il Signore anche nella Sua Preghiera Pontificale, dicendo ‘’come tu, Padre, sei in me ed io in te’’ (Gv 17,21). Questa esistenza reciproca costituisce in realtà l’unità delle persone, senza la loro mescolanza, secondo il prototipo della Santissima Trinità: ‘’come anche noi siamo uno’’ (Gv 17,23).

Questa unità con il Padre si realizza tramite il Figlio; ‘’io in loro e tu in me’’ (Gv 17,23). Comprendiamo logicamente questo schema, ma ciò non significa che abbiamo Cristo dentro noi stessi.

Questi che possono dire insieme all’Apostolo Paolo ‘’non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’’ (Gal 2,20), possono dirci anche, come sono giunti a questa situazione. Ci assicurano, dunque, che ‘’ciò non viene da noi, ma è dono di Dio’’ (Ef 2,8). Però, bisogna volere ciò e lavorare a tal fine, come se questa cosa dipendesse da noi.

Il mistero di questa unità non ha nessun rapporto con il potere. Infatti, il Padre ha dato al Figlio ‘’potere su ogni carne’’, ma niminalmente questo potere non è altro se non una possibilità di offerta ‘’perchè egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato’’ (Gv 17,2). Il potere del dare e particolarmente del dare la ‘’vita eterna’’ equivale, secondo ciò che abbiamo detto sopra, alla manifestazione della persona di Dio, che a sua volta è equivalente all’offerta di conoscenza di Cristo. Così veniamo guidati ad essere tutte le cose totalmente in Cristo.

La conoscenza della persona di Cristo è possibile soltanto tramite l’amore e la fede e nello Spirito Santo. ‘’Li hai amato, come hai amato me’’; ‘’ed io ho fatto conoscere a loro il tuo nome e lo farò conoscere, perchè l’amore con il quale mi hai amato sia in essi ed io in loro’’ (Gv 17,26). Soltanto allora Cristo sarà con noi, quando il Suo amore è con noi. Il Suo amore è con noi quando l’accettiamo con buona volontà. Ma il nostro cuore si riempie molte volte di tanti desideri, in modo che non esiste spazio per l’accoglienza e l’abitazione in esso dell’amore di Dio verso noi. Allora è impossibile l’unità. L’amore ha mandato il Figlio; l’amore ha rilevato il Padre; l’amore desidera essere dentro l’amato; l’amore suscita l’unità, la coesistenza, la reciproca partecipazione, la conoscenza, la vita eterna.

Ma l’amore ha una condizione senza la quale non può esistere. Questa condizione è il completo e totale disinteresse. L’unità, allora, presuppone l’amore e l’amore il disinteresse. Di conseguenza, l’unità presuppone il disinteresse.

Soltanto allora la persona umana può trovarsi in un’altra persona ‘’come tu Padre sei in me, anche io in Te’’, quando cioè è completamente disinteressata, come è il Figlio di fronte al Padre ed il Padre di fronte al Figlio. Il Padre ha dato tutto al Figlio, ed il Figlio ha portato a tottale compimento la volontà del Padre. E’ un disinteresse insuperabile e di conseguenza un’unità totale e completa. Che può significare tutto ciò per quanto riguarda noi è facilmente comprensibile. Preghiamo il Signore di rilevarci quanto conviene negare il proprio interesse.

Vi ringraziamo profondamente perchè avete ascoltato questi nostri semplici pensieri. Siamo sicuri che ne ascolteremo da voi più miarti. I Santi che hanno vissuto in questi luoghi vi hanno lasciato una ricca esperienza di ‘’conoscenza’’ di Cristo, per mezzo della loro purificazione ascetica e l’eros divino. Cristo vi è noto, anche sè la conoscenza di Cristo è infinita ed eterna.

Di Lui la gloria nei secoli dei secoli e l’infinita misericordia sia con tutti voi. Amen.

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