OMELIA DI SUA SANTITA’
IL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO
DURANTE IL VESPRO
NELLA BASILICA DI SANTA MARIA DEL FIORE


(Firenze, 13 maggio 2006)

 

Eminentissimi fratelli, Vescovi Ortodossi,
Eminentissimo fratello, Signor Cardinale Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze,
Illustrissimo Avvocato De Virgiliis, Presidente della Fondazione “Premio Galileo 2000”,
Distinte Autorità,
Padri, fratelli e figli nel Signore,

Con gioia immensa ci troviamo fra voi per questa Ufficiatura vespertina celebrata in questa maestosa Chiesa Cattedrale, dedicata alla Santissima Madre di Dio, nota con il nome di Santa Maria del Fiore. Firenze non è senza relazione con la nostra Santa e Grande Chiesa di Cristo. E ciò perché in un’altra sua storica chiesa vicina, anch’essa dedicata alla Santissima Madre di Dio, la Chiesa di Santa Maria Novella, sono ospitate - dentro il loro proprio monumento - le spoglie del beato predecessore della nostra Umile Persona, il Patriarca Ecumenico Giuseppe, qui addormentatosi, uomo buono e amico della pace, che ha governato la nave della Chiesa in tempi e anni tanto difficili e molto minnaciati.
Con tanta commozione, dunque, ci troviamo stasera qui insieme con tutti voi, fratelli diletti nel Signore e figli devoti, essendo per grazia del buonissimo Signore umile successore del beato Patriarca, la cui memoria e riposo siano eterni.
Trapassando il gioioso per tutto il mondo periodo del risurrezionale Pentecostario, durante il quale la Chiesa Ortodossa con particolare solennità fetseggia la Pasqua del Signore, ci rivolgiamo a tutti voi con l’abituale saluto: Cristo è Risorto!
Festeggiando domani, Domenica, il ricordo del miracolo della guarizione da parte del Signore del Paralitico che stava presso la Piscina di Bethestà, come viene superbamente narrata nel santo Vangelo secondo Giovanni, abbiamo tanti motivi di parola keregmatica, che ci permetterete di promunciare a suggello dell’odierno Vespro. Vogliamo commentare soltanto un inno della festa, che compendia del significato più profondo dell’evento del miracolo, e ciò in sìntesi. E questo inno è il seguente: “Alla piscina provatica giaceva un uomo ammalato. E vedendo Te, o Signore, gridava: non ho un uomo che quando si aggisce l’acqua mi immerga in essa; mentre mi accosto un altro mi precede e lui riceve la guarizione e io resto ammalato. E subito il Salvatore, preso di compassione gli disce: per te sono diventato uomo; per te mi sono circondato di carne e tu dici non ho un uomo? Prendi il tuo lettuccio e cammina. Tutto Ti è possibile, tutto Ti obbedisce, tutto Ti è sottomesso. Ricordati di tutti noi e abbi pietà, o Santo, tu che sei amico degli uomini”.
Nella nostra epoca sotto il dominio della ragione e tanto critica, l’elemento eccessivo della fede evangelica riceve fortissimi attacchi, o con la relativizzazione e il voluto degrado dell’importanza salvifica degli eventi sopranaturali, o con lo sforzo di approccio e spiegazione razionale, o ancora con disposizione da schernitore e derisorio in spirito di bestemmia empia, da parte per lo più – e ciò costituisce una disgrazia - di scristianizzati e cristiani per abitudine. Però, il Signore “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebr 13,8), come il Dio della libertà, rispettando infinitamente ogni persona umana, tollerando ogni ingiuria, come appeso sulla croce della Passione, ma anche senza mai farsi influezzare, come fermo e inattaccabile dai comportamenti sciocchi di odio e scherno, da parte della Sua creatura.
Con questo spirito, ogni narrazione evangelica di miracoli costituisce miti devoti infantili, e di nessun valore. D’altronde, questo comportamento teorico favorisce l’ethos quotidiano, un ethos irrefrenabile, ateo e dominato dalla mondanità. Sotto però l’aspetto della nostra Fede vissuta da più di 2000 anni, il Vangelo resta e resterà “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14), che crea sempre Santi, membri della Chiesa del Signore.
Il miracolo, dunque, avvenne per il paralitico da trentotto anni. Le sue membra immobili non potevano ricevere nessun aiuto medico. Unica speranza rimaneva una nuova agitazione dell’acqua della piscina terapeutica. Ma gli anni si succedevano gli anni, malatti su malatti venivano guariti, e il disgraziato paralitico restava ancora sul letto del dolore e dell’immobilità. Finche la Vita in sé, il Medico delle anime e dei corpi, Gesù misericordioso, gli si accostò del tutto impovvisamente. Che cosa dunque ha previsto per il futuro di questo paralitico il Signore, e l’ha preferito a tutti gli altri malati che stavano insieme, per guarirlo? Ignoto e inesplicabile! Soltanto congetturiamo e riferiamo la nostra congettura.
Molte volte incontriamo nella letteratura ecclesiastica - e specialmente nelle Vite dei Santi – una strana e ripetuta realtà: quando manca ogni speranza umana e l’uomo travagliato arriva sull’orlo dell’abisso della disperazione, allora il Dio invocato e pregato per giorni e per anni, e fenomenalmente restando impassibile e indifferente, mostra all’improvviso la sua presenza, come pedagogicamente desiderando di provare la genuinità della fede e la forza delle nostre grida senza speranza.
Il paralitico della perìcope evangelica si è lamentato con il Signore di non avere un uomo, un uomo co-aiutante, un uomo che comprendesse la sua sofferenza di molti anni, un uomo che lo sostenesse nel suo isolamento e addolcisse la sua solitudine con lo accopmagnava.
Anche, fratelli e figli nel Signore, la nostra epoca moderna non si distingue – malgrado la molto pubblicizzata sua socializzazione globale - per un grande senso di solitudine e di mancanza di basilare compagnia? La nostra anima è socievole, come plasmata da Dio, come opera del nostro veramente rivelato Dio che si trova in continua interiore comunione triadica. Lo stesso Creatore ha plasmato Eva e l’ha donato come compagna ad Adamo, dicendo che “non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18). D’allora, perché un uomo resti solo, deve essere o Dio o belva, secondo Aristotele. D’altronde, il Signore non ha identificato se Stesso nelle persone dei nostri piccoli fratelli, in modo che ogni movimento amichevole verso l’uomo o ogni comportamento disumano si riferisce alla Sua persoma divino-umana? Questo è il principio antropologico che dirige nel tempo la Chiesa.
E’ dunque del tutto giustificato ciò che diceva il grande asceta Sant’Antonio: “Hai visto il tuo fratello? Hai visto il tuo Signore Dio”.
Dunque, quando noi insensibilmente trascuriamo il Signore - che sofferente, affamato, prigioniero, assettato, nudo nelle persone dei nostri prossimi che soffrono innocenti, indipendentemente di stirpe, tribù e fede - allora ci troviamo stupeffati colpevoli di fronte la Sua infinita misericordia, che L’ha costretto – per così dire – a scendere dal cielo per guarire la nostra natura malata sia nell’anima che nel corpo.
Fratelli diletti, figli nel Signore benedetti da Dio,
è grande il dono della condiscendenza del Signore Cristo, di sceglierci e costituirci membri del Suo Corpo mistico, della Chiesa, della comunione dei Santi. Ma in modo analogo grande è anche la responsabilità di tutti noi di vivere con responsabilità evangelica, dimostrando che la nostra fede è attiva e non resta una costruzione ideologica e una teoria umana. D’altronde, questo fatto di inconseguenza della nostra vita di fronte alla nostra condizione cristiana, non è forse causa di quotidiana bestemmia al Santissimo Nome del nostro Signore da parte degli uomini di altra fede?
Avendo, dunque, “l’uomo Gesù Cristo”, fatto simile a noi in tutto, eccetto il peccato, continuiamo ognuno di noi la lotta copiosa della santificazione personale e della guarizione dalle nostre passioni immergendoci nella piscina taumaturgica della Chiesa, che è e resterà sino alla fine dei secoli l’unica Madre che ama i suoi figli, anche quando noi la neghiamo. Vivendo in Cristo mai resteremo soli e senza aiuto. L’innumerevole nube dei Santi, con a capo l’Intemerata Madre di Dio, nel cui tempio stasera siamo uniti in preghiera, è realtà che si tocca molto facilmente con la mistica invocazione del Capo della Chiesa, il nostro Signore Gesù Cristo. L’Apostolo Paolo, animato da Cristo, lo proclama molto chiaramente: “Nessun può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3,11), di Cui l’infinita misericordia, la divina benedizione e l’amore finàntropo siano con tutti voi. Cristo è Risorto!