OMELIA DI SUA SANTITA’
IL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO
DURANTE LA CERIMONIA DI CONSEGNA
DEL PREMIO PER LA PACE
DA PARTE DELLA FONDAZIONE “PREMIO GALILEO 2000”

(Firenze, 14 maggio 2006)

 

Eminentissimi fratelli, Vescovi Ortodossi;
Eminentissimo Signor Cardinale Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze;
Illustrissimo Avvocato De Virgiliis e altri organizzatori di questa manifestazione;
Distinte Autorità;
Diletti e preziosi amici,

Esprimendo in primo luogo i nostri profondi ringraziamenti e la nostra sincera gratitudine per la decisione che ci onora tantissimo, del conferimento del Premio per la Pace alla nostra Umile Persona da parte degli onorevoli membri della prestigiosa Fondazione “Premio Galileo 2000”. Desideriamo inoltre confessare la tanta gioia per la comunione personale con tutti voi, diletti copresenti, portando la benedizione della nostra Santa e Grande Chiesa di Cristo, dalla Nuova Roma di Costantino il Grande, a questa antica e storica Città di Firenze, distinta per il plurisecolare e pieno di tanti e buoni frutti contributo dei suoi figli, amici del progresso, a tutti i settori della creatività religiosa, culturale, artistica e storica.
Dunque, fratelli e figli nel Signore: Cristo è Risorto! E il nostro breve discorso sarà sull’amica Pace, che è - secondo il nostro predecessore tra i Santi Gregorio il Teologo - “dolce sia di fatto che di nome”.
L’incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo, come sappiamo, aveva come conseguenza il cambiamento della visione delle cose, sia del presente che del mondo futuro. In tal modo, un oggetto o un concetto ha differente significato per i cristiani fedeli, e un altro per quanti non credono nel Vangelo. Dunque, anche il significato della pace, in merito, per quanti hanno la mente di Cristo, trova la sua personalizzazione nella Persona Santissima del nostro Salvatore, secondo il detto paolino: “Cristo è la nostra pace” (Ef 2,14), mentre per i non cristiani, nostri fratelli, costituisce un’idea e un concetto spiegati secondo le percezioni filosofiche e cosmoteoriche di ciascuno.
Come ricordiamo, i Santi Angeli - nella notte della Natività del Signore - hanno cantato trionfalmente il soave inno: “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace sulla terra”, proclamando nel tempo che il Verbo di Dio incarnato costituisce anche la vera pace che trasmette nel corso dei secoli abbondantemente in ogni anima cristiana di buona volontà.
Fratelli e figli, costituisce scandalo, per chi si pone criticamente o anche negativamente di fronte alla nostra fede evangelica, il fatto che questa annunciata e incommensurabile Pace degli Angeli non abbia prevalso ancora nella nostra terra, così tanto turbolenta e senza pace. E perciò essi attribuiscono la responsabilità al Signore, considerandolo come Colui che annuncia cose vuote e inconcepibili per l’intelletto e la capacità umana, e anche alla Chiesa. Dimenticano però che come “terra” viene considerato ogni cuore umano, che partecipando ai risultati del peccato originale della ribellione egoistica contro il Creatore, è dominato totalmente dalla moltitudine di innumerevoli passioni perdonabili e imperdonabili, rimanendo perpetuamente turbolento e per niente in grado di poter ricevere la minima sensazione vissuta della pace di Cristo.
Avendo di vista questa spiegazione teologica della pace, la Chiesa ha sottolineato - tramite i Santi Padri - l’importanza della guerra interiore e la purificazione dell’anima dalle passioni, che si raggiuge sia con la nostra incorporazione al Corpo mistico di Cristo, sia anche dalla cosciente partecipazione ai mezzi di santificazione che essa ci concede. Come sappiamo, la pace dell’anima costituisce il frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22), di cui l’acquisto diviene con l’analoga educazione ascetica in umiltà, come ce l’hanno trasmesso “coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola” (Lc 1,2), e soprattutto i cosiddetti Padri Nittici.
In questo senso, diventa comprensibile l’esortazione persistente del noto San Serafino di Sarov: “Acquista lo Spirito Santo dentro di te e una moltitudine sarà salvata attorno a te". Certamente questo acquisto raccomandato e molto necessario, presuppone lo spogliamento del vecchio uomo dal peccato, con il continuo e vivificante “auto-odio” (Anziano Sofronio). E poichè il peccato e le passioni che lo accompagnano sono un corpo con il nostro io, si spiega perchè oggi - l’epoca del minimalismo spirituale - l’ascesi è mancata o cerca di mancare nella nostra vita, e così anche noi cristiani abbiamo perso la chiamata, la sostanza della nostra vita spirituale, in modo che si osserva un’indifferenza spirituale che imbeve tutto attorno, e un sincretismo religioso che si intreccia al cosiddetto mondo cristiano.
Il Signore parlando con i suoi discepoli poco prima del suo tradimento ha sottolineato: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Spiegando questo brano, San Giovanni Crisostomo osserva in merito: “Vedi come li conforta di nuovo dicendo: ‘Vi lascio la pace’. Come se dicesse: ‘In che cosa sarete danneggiati dalle perturbazioni del mondo, se avrete pace con me? Questa pace infatti (che io vi do), non è come quella (del mondo). La pace esteriore infatti riesce spesso dannosa e vana, e non reca alcun giovamento a quelli che la possiedono. Invece ve ne do una tale che vi pacificherà gli uni con gli altri, il che vi renderà più forti. Il ‘Pace a voi” rappresenta un incoraggiamento nella guerra. Per questo è anche la prima parola detta dopo la Resurrezione (Per questo anche l’Apostolo Paolo sempre dice: ‘Grazia a voi e pace’) (Omelie sul Vangelo di Giovanni 75,27).
Avendo sempre risonante nelle nostre orecchie l’attestazione del Signore, dell’ Auto-verità, che “Beati gli operatori di pace, perchè saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9), come anche il commento del sopraddetto San Crisostomo: “Qui non soltanto proibisce ad essi di litigare e di odiarsi reciprocamente, ma esige qualcosa altro di più, vuole cioè che riconduciamo alla concordia quegli altri che sono divisi e di nuovo promette una ricompensa spirituale. Qual è questa? ‘Saranno chiamati figli di Dio’. E infatti è questa la grande opera del Figlio Unigenito: unire tutto ciò che è diviso e riconciliare ciò che è in lotta (Omelie sul Vangelo di Matteo 15,4). Nelle chiese celebrando concediamo continuamente la pace al popolo di Dio, e particolarmente e insistentemente ci lavoriamo e non cessiamo, quanta forza abbiamo e tempo ci resta, di ripetere l’immediata necessità di dominare questa pace di Dio, elemento necessario per l’esistenza del nostro mondo. Però molte volte ci interroghiamo con dolore d’animo come San Gregorio il Teologo: “Pace amata! Bene lodato da tutti, ma custodito da pochi, perché mai ci hai tuuna volta abbandonati, già ormai da tanto tempo? E quando ritornerai a noi? Come ti desidero e ti bramo, a differenza degli altri uomini! Ti circondo di cure quando sei presente e quando sei assente ti invoco con molti gemiti e molte lacrime” (Discorso 22,1).
Per questa ragione, diletti fratelli e figli, come primus inter pares tra i Patriarchi Ortodossi vedendo, la dominante da più di mille anni per invidia della ribellione del diavolo, situazione di separazione delle nostre Chiese, della nostra e della vostra, e ricordando ciò che pensava con melanconia autocriticandosi San Gregorio, cioè che “gli uomini della pace lottiamo non dichiaratamente e senza riconciliazione? e quelli della pietra angolare ci dividiamo? e quelli della roccia ci scuotiamo? E quelli della luce ci ottenebriamo”, concludiamo questo piccolo discorso derubando la frase dell’amatissimo San Crisostomo: “diventiamo allora degni dell’accoglienza. Perchè dal sentimento di coloro che l’accolgono anche la pace stessa viene e nuovamente si diffonde”.
Nell’ospitale Città di Firenze ha avuto luogo il noto - ma purtroppo insuccesso - sforzo sinodale di restauramento delle relazioni di comunione tra le nostre Chiese e sono rimaste come seme che ci ricorda il debito di tutti nella terra fiorentina le spoglie del beato nostro predecessore il Patriarca Giuseppe, qua addormentatosi. Che il Signore Dio conceda, affinchè molto presto ci ritroveremo qua non soltanto come elogiatori della pace in Cristo ma anche come compartecipi al calice liturgico della pace nell’unità della fede tramandata dagli Apostoli. Allora il premio consegnato a noi troverà la sua piena giustificazione.
Cristo è Risorto, diletti fratelli; Cristo è Risorto, “rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1,20), di Cui la ferma pace sia con tutti voi.