BARTOLOMEO I
PER MISERICORDIA DI DIO
ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI-NUOVA ROMA
E PATRIARCA ECUMENICO

OMELIA DI SUA SANTITA’
IL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO
DURANTE LA DIVINA LITURGIA
NELLA CHIESA DI SAN DEMETRIO DI BOLOGNA

(20 Novembre 2005)


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Eminentissimo e dilettissimo fratello in Cristo, Metropolita d’Italia e Malta Signor Gennadios,
Eminentissimo Cardinale Signor Roger Etchegaray,
Eccelentissimi Signori Ambasciatori,
Reverendissimi Padri, fratelli e figli nel Signore diletti e benedetti,

Davvero miniera d’oro inesauribile è la parola di Dio e quanto di più viene scavata, tanto più ricca dimostra la vena di oro, secondo il nostro predecessore tra i Santi Giovanni Crisostomo.

Breve nelle frasi, l’odierno brano evangelico, come anche quello apostolico. Se però vogliamo occuparsi con attenzione dei significati e degli insegnamenti nascosti, non ci basterebbero settimane intere. Ambedue si occupano del significato della ricchiezza: quella umana, l’evangelico, e quella divina, l’apostolico. Con quale modo?

Il brano evangelico si riferisce alla nota parabola del cosiddetto ricco stolto, che vivendo con avidità i beni materiali e i piaceri ha pensieri di attività del tutto consumistiche e corruttibili, come raccogliere e immagazzinare i nuovi prodotti accumulati dei suoi terreni fertili, mentre sulla sua testa si stende la minacciata spada di Damocle della morte improvvisa e inaspattata, che fra poco verrà, durante questa notte, mettendo fine alle sue inopportune e agoscianti cure matteriali.

Il contenuto del brano apostolico si occupa della vera ricchezza e del tesoro non depredato della Chiesa, la Croce del Signore, nella quale il celeste Paolo confessa sé stesso crocifisso, ma della quale anche si vanta. Che contapposizione tra il ricco stolto e del povero cucitore di tende Paolo.

Ed essa è giustificata, visto che - secondo il verbo patristico - ‘’butta coraggiosamente le cose presenti chi ha gustato i beni celesti’’. E’ naturale, cioè l’attaccamento patologico ai beni terrestri senza la prospetiva e l’esperienza della vita in Cristo, che concede, tramite la Croce e la Risurrezione, la ricchiezza della grazia dello Spirito Santo. E questo è da sempre il grande problema di tutta l’umanità: la misura di giudizio delle cose sarà la persoma divino-umana del Signore o la visione materialistica della vita? I nostri atti saranno indirizzati dall’attesa della nostra partecipazione alla vita della stabile Gerusalemme del Regno di Dio o saranno caratterizzati dal detto epicureo: ‘’Mangiamo, beviamo, perché domani moriremo?’’.

Il Santo Apostolo Poalo sicuramente era un uomo di diversa pasta dallo stolto ricco, riguardo la natura comune. Aveva un copro corruttibile, subiva le necessità naturali, trapassava le tentazioni dell’idolatria pratica e veniva pressato dal sindrome tribolante delle cose mondane. Però, avendo vissuto con tutta la forza umana l’esperienza della vita crocifissa in Cristo, e paragonandole alle cose corruttibili e passeggere di questo mondo, considerava queste come pula purché guadagnasse Cristo, arrivando fino alla stessa marte di martirio con la quale ha coronato la sua vita piena di lotte.

Ma anche di questa sovra-razionale richiezza della grazia del Regno di Dio non hanno vissuto in modo analogo la pienezza anche tutti gli innumerevoli fedeli che hanno seguito volontariamente l’Agnello sacrificato, di ogni età, istruzione, stirpe, tribù e stato sociale? Perché allora hanno disprezzato con amino coraggioso tutte le cose che sembravano importanti e logicamente consentite per ogni uomo e preferivano portare con martirio la Croce di Cristo? Forse erano impazziti tutti insieme? Non costituiva, come leggiamo nelle Vite e nelle Passioni dei Santi, questa scelta la questione esistenziale senza risposta e il dubbio di quei nostri vicini che pensano diversamente e non secondo Cristo? Sicuramente, si! Ma di nuovo usiamo la frase del Santo Crisostomo: ‘’paragonando il piacere al piacere, propendevano al meglio‘’. Cioè, ogni uomo viene provocato da piaceri di due livelli: quelli (piaceri) che provengono da questa vita con tutte le loro conseguenze e quelli spirituali, che sono possedimento soltanto di coloro che hanno acquistato la mente di Cristo. Cosi, interrrogato, per esempio, il giovane martire Sant’Agapio (21 agosto), mentre era scuoiato vivo come agnello, sul perché preferisce quella orribile morte davanti alla presente e tante cose promettente dolce vita, rispose: ‘’Niente è più dolce del patire per Cristo!’’.
Questa sensazione della dolcezza del vivificante martirio, cioè del continuo portare la Croce del Signore, ha come sua esperienza quotidiana la nostra Madre Santa e Grande Chiesa di Cristo, di cui per misericordia di Dio è divenuta Patriarca la nostra Umile Persona. Non è necessario, crediamo, enumerare tutto quel che dai tempi antichi fino a gli odierni ha subito e subisce a causa del Nome del Signore, imitando in modo apostolico e martirio il vanto oggi Divino Paolo che ci dice: “Io non mi vanto se non nella croce di Cristo’’. E’ vero che senza la dolce presenza di Cristo crocofisso la nostra croce sarebbe insopportabile. Ricordiamo però che cosa scriviamo sopra l’icona della Suprema Umiliazione del Signore. Scriviamo: ‘’Il Re della gloria’’. Perché? Precisamente perché alla croce di morte segue sempre la gloriosa risurrezione, della quale è privo e senza capacità di gustarne il mondo che vive fuori della Chiesa. Senza il significato della vita dal futuro risurrezionale, saremmo veramente i più miserabili tra gli uomini, soffrendo sadicamente per una idea falsa, come tutti coloro che basano le loro speranze nelle sorde speranze di idee incompressibili e strane. Però, Gesù Cristo ieri e oggi è lo stesso, e nei secoli, e chi spera in Lui butta le cose pressenti e Lo segue con sacrificio, credendo alla trionfante Risurrezione che senza dubbio verrà e costituirà l’inizio del godimento di tutti i piaceri spirituali e incorruttibili del paradiso, dei quali il ricco stolto era privato, mentre il teoforo Paolo già da qua aveva gustato la dolcezza ineffabile.

Di questa dolcezza crocifissa della vita in Cristo, magari che tutti diventiamo partecipi, in modo di poter gridare ai popoli e alle nazioni: ‘’Guastate e vedete che Cristo è il Signore. Beato l’uomo che spera in Lui’’.

Dal profondo esprimiamo i ringraziamenti al buonissimo Signore per questa nostra adunanza; preghiamo e supplichiamo, che ognuno di voi nelle sue sante preghiere abbia una piccola parte di memoria fraterna per noi i minimi fratelli che custodiamo sentinelle del Signore nella garitta martoriata dell’umile Fanar, quasi crocifisso ma sempre vivo!

La grazia del Dio Trino sia con tutti voi, figli stavrofori della crocifissa e con la speranza della vita eterna della risurrezione camminando Madre Chiesa.
Concludendo, esprimiamo da parte del Patriarcato Ecumenico e personalmente calorosi ringraziamenti alle aurtorità ecclesiasitche, politiche e civili dell’Italia per il continuo sostegno e il loro amore verso la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta del nostro Patriarcato, che pasce degnamente il fratello Metropolita Gennadios, nostro compagno di classe nella Facoltà Teologica di Chalki, semplice e umile nel pensiero e portatore dello spirito ecumenico della nostra Chiesa, lontano da fanatismi e sterile conservatorismo, che collabora armoniosamente con i Vescovi locali della sorella Chiesa Romano-Cattolica, particolarmente rallegrandoci per il ravvivamento del Dialogo Teologico tra essa e la Chiesa Ortodossa.

Che Cristo sia in mezzo a noi!